Qualche parola sul risveglio dei grillini di queste ore…

Dunque, mi pare che i grillini abbiano ancora una volta la loro via d’uscita. Si va a votare, con la legge elettorale che fino a febbraio era anticostituzionale e andava cambiata, ma che oggi, viste le prime defezioni in Parlamento anche nel loro gruppo, fa comodo, perché permette di scegliere i ‘cittadini’ tra quelli graditi ai grandi capi (perché ovviamente non c’è nessuno che crede alle Parlamentarie, vero? Così come alle Quirinarie col server che non funziona proprio nel momento cruciale…e bisogna rivotare per scegliere un nome più gradito al duo Casaleggio-Grillo, perché quello dei cittadini li comprometterebbe troppo con il ‘vecchio’).
Si va a votare e, sondaggi alla mano, a meno di smottamenti improvvisi, potranno pure puntare alla maggioranza alla Camera, e al Senato? Le tradizionali regioni rosse non smotteranno verso il grillismo; quelle del Nord rimarranno ancorate a questo infernale abbraccio Lega-ForzaItalia-destrafascista (che è un pleonasmo, perché ho ripetuto tre volte fascista) e quindi, si arriverà all’ennesimo blocco.
Che si fa allora? I grillini, memori del corso di diritto costituzionale visto su Rai Yo-Yo tra i Pingù e i Barbapapà dicono: “Noi governiamo, chi ci sta ci vota”. Una manfrina che abbiamo sentito già per mesi. E tutti a spiegare loro che in Italia funziona che un Governo, per entrare nel pieno delle sue funzioni, deve avere la fiducia e la fiducia la vota il Parlamento e allora bisogna allearsi con qualcuno.
“Mai alleati con Pd e Pd-elle (che poi non si è mai capito il senso, al massimo lo dovrebbe chiamare Pdl meno elle… perché Pd meno elle non vuol dire una cippa, ma i grillini il senso critico l’hanno sprecato tutto per far funzionare la biowash…)” e nulla. Paese bloccato e balcanizzato.
Qualcuno dirà che allora bisognerà cercare le larghe intese. E si parlerà di inciucio. Avete sentito qualcosa di simile in Germania? La Merkel ha vinto le elezioni, tutti ne sono consapevoli, ma non può governare perché le mancano un paio di deputati. Chiede aiuto al maggiore partito di opposizione che non ha l’assurda pretesa di scegliere il Premier -ha perso le elezioni!- e al massimo imporrà alcuni punti dirimenti nel programma di Governo. Si chiamano coalizioni forzate: ognuno fa buon viso a cattivo gioco, gli elettori capiscono la situazione ma sanno che entrambe le forze di Governo faranno i loro interessi (degli elettori, ovviamente).
Ma da noi tutto è inciucio: ovvio, è complicato non pensarlo con la presenza degli stessi attori politici da vent’anni e con Berlusconi che domina la scena per pararsi il fondoschiena e salvaguardare le aziende di famiglia.
Ma da oggi, credo che lo showdown abbia avuto inizio e la fine di questo ventennio sia nell’ordine delle cose.
Quindi che faranno i grillini? Ci ammorberanno con la loro diversità e staranno come sempre a guardare?
Mi ricordano quelle Cassandre che gioiscono se le cose vanno male perché la loro unica soddisfazione è poter dire: “L’avevamo detto”, ben pasciuti, nelle loro case, mentre la città brucia e dell’Italia non interessa nulla.

***

Elementi di propaganda grillina.
-Bisogna togliere il finanziamento ai partiti. IN quindici anni è costato 2,3 mld di euro (praticamente 133,7 mln l’anno). L’aumento dell’Iva ci costa 4 miliardi l’anno. Se la volessero bloccare con cosa la finanzierebbero?
- Bisogna abolire l’Imu. Sono altri 5-6 miliardi l’anno, regalati ai possessori di case, ovvero l’85% della popolazione. Il 15% in affitto o non proprietario, non avrebbe benefici. Con cosa? Magari con i tagli degli stipendi dei deputati? Sono un risparmio di meno di un miliardo.
-Però bisogna aumentare gli incentivi per la cassa integrazione, dare il reddito di cittadinanza, aumentare le pensioni minime. Come fare? Togliendo le pensioni d’oro. Sapete quanti sono i trattamenti pensionistici oltre i 10000 euro al mese? 6638. Con una media di circa 200000 euro l’anno. Totale 1,3 miliardi di spesa l’anno. E non si sono ancora coperti i soldi dell’Imu e dell’Iva.
-Giusto! Bisogna anche togliere gli F35. Sono 12 miliardi, forse 14. Ma è una spesa una-tantum. Una volta ripagato un anno di spese folli, poi che si fa?
-Incentivi per l’energia solare? Altri soldi che lo stato dovrebbe spendere a fondo perduto.
-Idee per l’industria? Per il turismo? Per il terziario? Attendiamole.

Ah, l’abolizione delle province farebbe risparmiare 4 miliardi l’anno. Ma non bastano a coprire tutte le spese e riduzioni di tasse che il nuovo demagogo propone.

Non riusciamo ad avere rispetto per le persone serie. Amiamo i buffoni. Ed è un terribile mistero.

Il paese dei Balocchi

Se fossimo un paese con dei rappresentanti responsabili, il leader di un partito che, nonostante abbia tenuto sotto scacco il paese per venti anni con leggi ad personam e aborti giuridici per non essere processato o scansare condanne, venisse condannato, si dimetterebbe. Il suo partito si scuserebbe con gli italiani per avere spacciato per leader carismatico un riccastro imprenditore che ha costruito quel che si definisce un impero solo grazie a connivenze politiche, corruzioni ed evasioni (certificate con la sentenza della Cassazione) e anziché alzare la voce, gridare sguaiatamente, gridare al golpe istituzionale, penserebbe al proprio futuro, cercando un leader diverso e non un parente del condannato.

Se fossimo un paese come tanti altri (gli altri non sono migliori di noi, ma almeno hanno il rispetto delle istituzioni in quanto tali, che sopravvivono agli uomini e devono servire uno stato, non una sola persona), il nostro Presidente della Repubblica, a reti unificate, costituzione alla mano, spiegherebbe i principi illuministi della divisione dei poteri. E direbbe che sì, tra i tre poteri, c’è anche il Potere Giudiziario. Che è un potere in quanto deve far rispettare le leggi, che sono le regole del vivere civile. E quindi non può avere colore politico, altrimenti parteggerebbe ora per l’uno, ora per l’altro, a seconda delle diverse fortune elettorali delle parti, ma la legge deve essere valida per tutti e applicabile in maniera certa sempre, e non per colpire gli avversari politici. In breve, quello di cui viene accusata la magistratura -ovvero essere politicizzata- è quello che invece, con le riforme tanto volute dal centrodestra, vorrebbero perseguire. Dire che il Potere Giudiziario ha attuato un golpe solo perché condanna un politico è una aberrazione e una stupidità che uno studente di prima media, aprendo un libro di educazione civica, non direbbe mai. Lo fanno i deputati del centrodestra e orde di cittadini fomentati da una campagna irresponsabile di alterazione della realtà.

Se fossimo in un paese comune, i cittadini dovrebbero tirare un sospiro di sollievo nel vedere che la giustizia ha condannato chi si è macchiato di un reato odioso come quello dell’evasione fiscale. Perché è l’evasione fiscale il grosso problema del nostro paese, perché sottrae fondi a tutti, perché impedisce di abbassare le tasse, perché mantiene alte quelle di chi invece le paga, perché impedisce di migliorare i servizi, dal momento che non ci sono le risorse. Un evasore truffa allo stato due volte: perché non paga le tasse e perché pretende, in quanto cittadino, dei servizi per i quali non ha pagato. Non riuscire a comprendere la gravità del fatto, ancora una volta, è sintomo di una nostra incapacità a dare il giusto peso alle cose. La colpa di ogni problema è dei politici (il centro destra ha cavalcato l’antipolitica sin dai suoi esordi) ma non è mai del politico che da vent’anni ammorba il nostro paese.

Se fossimo in un paese con un minimo di senso civile, ci verrebbe risparmiata la sceneggiata del grande imprenditore odiato, dell’invidia sociale e via di questo passo. Un grande imprenditore è colui che riesce a creare un’azienda, a dare lavoro, a investire utili, rispettando le leggi.
Se in ogni momento cruciale della storia dell’imprenditore c’è una cortina di opacità, quell’imprenditore risulta compromesso. Se non si spiega l’origine del denaro che ha permesso la nascita dell’avventura imprenditoriale di un uomo, se si è contato su appoggi politici per arrivare ad avere un monopolio pubblicitario, se nel momento in cui gli appoggi politici non bastavano si è fatto ricorso alla corruzione (di giudici o di compiacenti amministratori), se quando il padrinato politico è venuto meno e le aziende stavano fallendo (e molti asset sono stati venduti) si scende in politica per i propri interessi, se ogni volta che l’azienda e il suo fondatore sono toccati dalla giustizia, le si mettono i bastoni tra le ruote, allora non c’è nulla che giustifichi la grandezza dell’imprenditore. Quella è la storia di uno spregiudicato omuncolo, un italiano medio che muovendosi nell’opacità che la legge e il nostro costume comune quasi ammettono senza indignarsi, ha accumulato un patrimonio senza confrontarsi mai con le regole del mercato. Come mai, ci si potrà domandare, in ogni attività che ha un competitor reale, il cavaliere ha sempre perso? (Milan a parte, ma essere presidenti del Milan non è condizione sufficiente per non procedere giuridicamente)

Se fossimo in un paese civile, a parte le scuse del partito del condannato, quelle del condannato con le immediate dimissioni, ci sarebbe pure un governo dimissionario. Nato come unica possibilità è diventato, al solito, l’ennesimo caso di palude all’italiana, dove non si decide nulla e si attende che qualcosa accada. Qualcuno ha almeno capito quali sono i segnali di ripresa di cui parla Letta? Un minimo aumento del Pil? Dopo anni di contrazione, l’economia ci insegna che, per quanto si possa deprimere un paese, se questi ha risorse e macchine, non può produrre meno di una quantità determinata. L’aumento del Pil è solo un rimbalzo naturale, tant’è che la disoccupazione aumenta.

Invece si prosegue la navigazione a vista. C’è questo passatismo che dovrà pur essere spazzato via. Questa corsa al Centro, come se il Centro fosse un luogo dell’anima che, a mio parere, è solo quello della nostalgia.
Non è vero che le cose andassero bene prima. Abbiamo avuto un boom economico: il miracolo degli anni ‘50-‘60. Ma prima o poi bisognerà pur dirlo: non fu merito della DC. Non fu merito delle politiche di centro; fu soltanto merito prima degli aiuti del Piano Marshall e poi di una banale valutazione statistica. Eravamo poverissimi e usciti distrutti dalla guerra: era sufficiente lavorare un po’ per crescere. Eravamo quello che è stata la Spagna della fine anni ‘90 e inizio 2000. O la Cina che da rurale diventa industriale. È ovvio che il Pil cresca, ma lo fa quasi naturalmente e non ha bisogno di una guida politica.
Dopo quegli anni, c’è stato il movimentismo della fine anni ‘60, il terrorismo, la crisi e la violenza degli anni ‘70, lo scoppio del debito pubblico degli anni ‘80, la crisi dei partiti e della politica con l’avvento del populismo degli anni ‘90, la stagnazione del primo decennio di questo secolo. Sono cinquant’anni che questo paese è fermo: sul piano dei diritti civili e dell’economia. Non c’è un guizzo imprenditoriale, non c’è un piano di rilancio universitario e della ricerca; non c’è la capacità di reimpiegare risorse umane. Eppure è tutto un guardarsi indietro alla ricerca di un Eden sempre più lontano, sotto la guida di uomini ottantenni che ricordano il passato più perché rivedono la loro gioventù perduta che per altri motivi.
In un paese moderno e che non vuole morire, ci si scuoterebbe. Qui no.

Qui si rincorre il centro e il mito della ‘governabilità’, che è una parola priva di significato. Avere un governo immobile significa non averlo. Il potere esecutivo deve ‘eseguire’, praticamente è l’unico tra i tre poteri che ha un ruolo attivo, di movimento. E invece… Invece lo si vincola all’idea di stabilità, di stasi senza aperture, di marmoreo attaccamento all’esistente.
Non è emblematico che a sostenere questo governo siano i giornali dei grandi gruppi industriali -che hanno paura di ogni cambiamento che possa modificare lo stato delle cose- tanto da essere quasi nauseati dal profluvio di editoriali che giorno dopo giorno ci vengono propinati, appoggiando le Larghe Intese?
Non è emblematico questo attaccamento morboso alla stabilità di governo, del nostro Presidente della Repubblica, così tenace nel creare una barriera protettiva a salvaguardia di un esecutivo senza capo né coda?
Non è emblematico che a reggere quel governo ci sia buona parte della nomenclatura di seconda e terza classe uscita da quella Democrazia Cristiana che ha governato il paese nella prima repubblica, producendo una stasi imbarazzante che ancora oggi scontiamo?
In un paese civile imparerebbero dagli errori. Noi no. Noi abbiamo Letta, Franceschini, Boccia, Fioroni, De Girolamo… e poi avremo Renzi.
E Casini, che si barcamena sempre e rimane a galla, come certi prodotti della digestione umana.
Sorgerà prima o poi il dubbio che uno dei problemi di questo paese è una certa ingordigia di potere dei cattolici? Pronti a sacrificare anche le amicizie o i leader votati dagli elettori, pur di rincorrere un po’ di potere?

Se fossimo un paese civile, dopo le dimissioni di questo governo e la presa d’atto del fallimento del Presidente della Repubblica (con conseguente dimissione dall’incarico), si rimetterebbero le lancette indietro di soli qualche mese (lo facciamo da anni, mettendole indietro di sessant’anni…) e due componenti forti del Parlamento, Pd e Movimento 5 Stelle, forti della maggioranza assoluta dei voti presi a febbraio, si siederebbero a un tavolo, in posizione paritaria, e deciderebbero, per il bene del paese di formare un governo: legge elettorale a doppio turno (che alle elezioni dei sindaci ha dimostrato di funzionare bene per entrambi), legge sul conflitto di interessi, ineleggibilità e incandidabilità (e ce ne sarebbero molti anche nel Pd o nelle retrovie del Pdl) per riportare un po’ di moralità in questo paese, abolizione delle province e riformulazione di quel titolo quinto che ha dato alle Regioni poteri di spesa notevoli, creando un’altra falla nel nostro debito pubblico. In più una sana riforma della giustizia (che non sia una riforma per nascondersi dalla legge, così come la vorrebbe il centrodestra) e un paio di interventi sull’economia per tentare di scuotere il tessuto produttivo del paese.
È data l’ennesima possibilità: potrebbe forse essere l’ultima?
Ripartendo da una concreta convergenza anche sul nome del nuovo Presidente della Repubblica, che potrebbe essere Rodotà.

Perché la pacificazione nazionale -se si vuole chiamarla così- non passa attraverso la figura di presidenti insipidi, ma attraverso la figura di Presidenti forti. Di parte. Perché è solo quando una persona chiaramente di parte, ricoprendo un ruolo di garanzia, mostra che si può essere intellettualmente onesti, pur provenendo da una parte, che i cittadini scoprono la fiducia nelle istituzioni. Se le si può dare di santa ragione in campagna elettorale, nelle aule del Parlamento (perché è lì che si discute) ma poi ci sono principi unitari e comuni che non sono monopolio degli uni o degli altri. A questo dovrebbe servire la stampa: a sottolineare gli elementi su cui si basa il nostro vivere civile e non ad auspicare le larghe intese, scomodando De Gregori o facendo scrivere articoli su articoli a Cazzullo, ma a ricordare a tutti che anche un presidente fortemente connotato per la sua storia, diventa Presidente di tutti, una volta insediatosi al Quirinale.

Il Pd sarà più forte dei 101 traditori -che ora sono al governo? Il Movimento 5 Stelle riuscirà a mettere da parte il desiderio di passare all’incasso elettorale per fare un favore agli italiani?
Il centrodestra riuscirà ad abbandonare i toni da guerra civile per dimostrarsi realmente come un partito liberista e conservatore così come ce ne sono in tutta Europa senza per questo essere anche populista?

Se fossimo in un paese normale poi, qualcuno si preoccuperebbe di quegli italiani che formano l’esercito di Silvio e che non riescono a capire il senso di una frase in italiano. L’analfabetismo di ritorno è il nostro grave problema: gli studenti non riescono a leggere frasi più lunghe di 10 parole; la gente non segue discorsi che superino i 7 secondi. Faticano a concentrarsi, a comprendere e hanno un vocabolario ristretto. Non leggono, studiano poco e se si sono laureati hanno preso una laurea in scienze politiche o scienze della comunicazione. Se fossimo in un paese normale ci chiederemmo come mai la scuola ha sbagliato. Dall’educazione civica, all’inglese, all’informatica, all’italiano. Passando per la matematica.
Se il suffragio universale è una grande conquista di democrazia, forse è il caso che si diventi anche responsabili. Per esercitare quel diritto, bisogna almeno sentire il dovere di leggere, informarsi, capire. E non solo ascoltare le stupidaggini raccontate dalle amazzoni del centrodestra.

Se fossimo un paese come gli altri… ma lo saremo mai?

L’entusiasmo per Bergoglio e la ragione perduta..

A leggere certi lanci d’agenzia e alcuni articoli di quotidiani, pare che improvvisamente la Chiesa Cattolica voglia spazzare via secoli di oscurantismo e persecuzioni.
E invece…

Invece, un certo giornalismo, sospeso tra sensazionalismo e riverenza, prova orgasmi ad ogni parola del nuovo Papa (che ammetto, guardo con simpatia pure io, ci mancherebbe! Quanto meno perché ha l’idea di rendere la Chiesa più coerente con se stessa, e quindi più facilmente identificabile col Medioevo che rappresenta. Forza Bergoglio!) e si è infervorato a sentire pronunciare la parola “gay”. Di lì è stato tutto un fraintendersi, un corto circuito di notizie, sensazioni, virgolettati. Un altro paio d’ore e avremmo visto il Pontefice celebrare il primo matrimonio gay a San Pietro.

Papa Francesco non ha ribadito nient’altro che quel che già si sa, quel che c’è nel Catechismo della Chiesa Cattolica (è una lettura interessante, che invito a fare, soprattutto ai cattolici che si dichiarano tali e non mettono mai piede in una chiesa, “ma signora mia, i valori!”) ossia che i gay sono creature di Dio e bisogna rispettarle (un po’ come si devono rispettare gli animali).
Semmai, ancora una volta, ha deciso di usare la parola ‘lobby’, che da quel che si può dedurre, in Vaticano è termine che suole definire un ‘gruppo organizzato’. Sono le lobby gay quelle da temere. Una lettura semplice e non superficiale della parola del Papa -che è pur sempre una persona sincera- avrebbe spento i facili entusiasmi.

Osteggiare le lobby significa semplicemente essere contro una qualsiasi forma di lotta organizzata per il riconoscimento dei diritti civili dei gay.
In breve: il gay è accettato nella sua persona solo se cerca Dio -altrimenti è perduto- ma da solo, nel silenzio della sua stanza. Non può creare gruppo, non può confrontarsi con altri gay, non deve sentirsi ‘forte’ in una ‘lobby’ che lo garantisca.
E ciò è anche più emblematico per una religione che fa della ‘comunione’ il suo punto di forza. I gay non devono entrare in ‘comunione’ con gli altri; devono cercare Dio, ma silenziosamente, in solitudine.
Il Catechismo aggiungerebbe anche che i gay devono vivere castamente la loro ‘condizione’ -come fossero malati, come fossero segnati da una disgrazia, da una malattia, come se la loro omosessualità fosse una prova di Dio, una specie di piaga d’Egitto dei tempi moderni.

Da aggiungere poi che tutto il discorso nasce come risposta a una domanda su un caso certo e particolare: quello di monsignor Ricca, prelato che è inseguito dalle voci sulla sua omosessualità e sulla condotta libertina. È su di lui che Francesco non osa dare un giudizio: chi è il Papa per giudicare un gay? Tanto più se questo gay è prete, anzi prelato? Tanto più se si accinge a ricevere molto potere?

Niente di nuovo sotto il sole: i gay nella Chiesa ci sono, ci sono sempre stati e sempre ci saranno, perché proprio questa era una delle caratteristiche per arruolare nuovi preti. Avvicinarsi ai ragazzi più timidi, quelli più devoti, quelli con l’aria problematica, cogliere che il “problema” è l’omosessualità e spingerli poi in seminario, alimentando in questi poveretti la fantasia che la vocazione sia la soluzione al ‘problema omosessualità’ che, in un ambiente come quello cattolico, è sentito come tale.
La Chiesa nega e negherà sempre questo dato di fatto, eppure accoglie gli omosessuali, con l’intento di disperderli, nasconderli, separarli, fino a farli sparire nel tessuto di una gerarchia maschilista e piuttosto opaca.
Li accoglie e li premia pure con posti di rilievo, ne tollera anche il “vizio”, purché rimanga implicito il patto contratto: libertà di azione, anche di vizio, ma silenzio. Silenzio sui diritti civili, silenzio sulle richieste legittime degli omosessuali, silenzio e negazione dell’esistenza della stessa, fino a parlare di aberrazione o peccato contro natura.
La Chiesa non è nessuno per poter giudicare gli omosessuali, ma quegli omosessuali li inghiotte e li nasconde, li priva della parola, li vuole ridotti a esseri problematici in continua ricerca di un Dio che possa perdonarli.

Perché in questo sta la discriminazione: il Dio che Ama tutti (anche gli assassini), al massimo può Perdonare i gay, ma a patto che si zittiscano e non creino gruppo.
Cozza un po’ con quel ‘fate casino’ detto ai giovani sulla spiaggia di Copacabana.
Papa Francesco si è dimenticato di dire: ‘fate casino per i vostri diritti, ma solo se non siete gay’.

Pollo al curry

  • Esmeralda: Potresti preparare un dolce... tu sei sempre stato bravissimo coi dolci...
  • Arsenio: Io non so... ma ogni tanto qualcuno mi dice che ero bravo a far questo, a far quest'altro e poi quest'altro ancora. Qualcuno di voi mi sa spiegare quando è stato il momento in cui sono caduto, ho perso la memoria e ho smesso di essere così perfetto?
  • Esmeralda: Non è un momento. Hai scelto volontariamente di affossarti. Non ho ancora capito perché. E se l'ho capito, ho voluto rimuovere. Non può essere stato per amore. Per quell'amore, poi.
  • Arsenio: Ok, Magari preparo il pollo al curry. Ci mettiamo del riso vicino...
  • Esmeralda: Del pollo al curry? Non è male... anche se avrei preferito un dolce...
  • Arsenio: Preparo anche un dolce. Dimmi quale vuoi...
  • Esmeralda: Sei capace di fare la cheese cake?
  • Arsenio: Tradizionale o ricetta scrausa di chi ha fretta?
  • Esmeralda: Quella che ti riesce meglio...
  • Arsenio: Non so. Non ho mai fatto la cheese cake. Ma si può provare...
  • Esmeralda: Non far danni... E il pollo al curry?
  • Arsenio: Beh, si prende del pollo. Si compra il curry. Glielo si butterà sopra...
  • Esmeralda: Non credo funzioni così...
  • Arsenio: In effetti il problema sta in tutte quelle cose che contornano il pollo. Saranno verdure. Tu ce le hai un po' di verdure?
  • Esmeralda: Arsenio... inizio a credere di avere fatto uno sbaglio a chiamarti per aiutarmi a cucinare per domani...
  • Arsenio: Esmeralda... siamo sinceri! Sappiamo costruire una centrale nucleare... non sarà poi così difficile cucinare un po' di pollo e dare una forma a una cheese cake. Prendiamo una ricetta e seguiamola. E poi sono amici! Se Corinna dovesse far critiche le ricorderò con perfidia i suoi storici gnocchetti allo speck che avevano la consistenza della ghiaia...
  • Esmeralda: Arsenio, non vorrei deluderti... ma io mi occupo di aziende in crisi, tu irradi ossa di pollo morte...
  • Arsenio: ...che poi sono la stessa cosa. Non disperare. I tuoi sette anni di matrimonio saranno celebrati in maniera scoppiettante...
  • Esmeralda: Comunque io lo tengo il numero del catering di tua sorella... dice che anche all'ultimo minuto...
  • Arsenio: Senti, il pollo l'abbiamo, il curry pure. E se poi va male... in fin dei conti dovrete pur avere un pretesto per la crisi del settimo anno...
  • Esmeralda: Che poi il settimo anno è quello che si conclude col settimo anniversario...
  • Arsenio: L'avete passata indenni quindi?
  • Esmeralda: Anche tu... per il settimo anno hai optato per essere single.
  • Arsenio: Non opto... è così. E poi sono ormai undici e mezzo.
  • Esmeralda: Possibile che... nessuno nessuno?
  • Arsenio: Sai la verità... un paio d'anni fa ho conosciuto ma solo di striscio un tizio che mi piaceva. Ragionava come me, aveva le mie stesse idee liberali-socialiste-laiche, brillante, simpatico...
  • Esmeralda: ...e?
  • Arsenio: ...e nulla. L'ho incrociato un paio di volte, mai da soli. Mi aspetto ancora di andare fuori a bere con lui.
  • Esmeralda: Ma tu, a lui piacevi?
  • Arsenio: Evidentemente no, Esmeralda. Perché se qualcuno non trova mai tempo per te, semplicemente non gli interessi.
  • Esmeralda: ... e così hai colto la palla al balzo per chiuderti del tutto...
  • Arsenio: ... guarda il lato positivo! Ho più tempo per la cucina!
  • Esmeralda: ...non si direbbe che stia dando risultati...
  • Arsenio: È che il mio modello è suor Germana. Ricette semplici, a basso costo ma gustose...
  • Esmeralda: Gustose?
  • Arsenio: Facciamo solo a basso costo, dai.

Dell’essere single e delle ansie…

Io le vedo le amiche 35enni intorno a me, quelle che non si sono mai sposate e che non hanno un fidanzamento degno di questo nome da almeno dieci anni, che si lamentano ansiose di quanto sia stata terribile la sorte con loro.

Io vedo anche i miei amici gay 30enni che maledicono le stelle per essersi poste di traverso e avere ostacolato ogni loro grande amore tanto che ora si ritrovano soli e con la paura di avere perso ogni treno.

Io ho perso tutti i treni; ho 35 anni, sono annoiato dalla gente, se ricevo un invito preferisco rifiutare perché le persone le conosco. Si stancano facilmente e si annoiano, almeno di me.
Ti promettono mari e monti e dopo due settimane stanno promettendo mari e monti a qualcun altro, raccontandogli che non si trovano bene con te, che ci sono problemi, che però non possono lasciarmi perché soffrirei troppo. In realtà stanno solo sondando il terreno, perché poi gli scrupoli sulla sofferenza degli ex mica se ne fanno…

Io dico… ma davvero vi scatta l’ansia ogni volta che vi vedete soli davanti allo specchio? Davvero temete la solitudine così tanto da sentirvi mancare la terra sotto i piedi quando una vostra amica vi annuncia tronfia che si sposa?

O quando l’ennesimo amico vi mostra il suo compagno che voi già riconoscete per le centinaia di foto viste su tutti i social network e continuerete a vedere anche dopo, ma solo con l’accortezza del volto oscurato -come se nessuno riconoscesse il resto- o il sistematico tentativo di cancellare l’arredamento di casa, dicevo, anche in quel caso pensate di essere quelli sfortunati, sbagliati, senza via d’uscita?

Ma le avete viste quelle coppie, più impegnate a nascondersi i tradimenti, capaci di vivere di equilibrismi lessicali, aperte, semiaperte, semiaperte a sinistra, a destra, illimitate superiormente o inferiormente, come se dovessero scandagliare l’analisi topologica degli insiemi per potersi giustificare (da cosa poi? se lo trovano così naturale? O forse nemmeno loro lo trovano poi tanto naturale… altrimenti perché nascondersi?) e potersi definire? Avete visto i loro sorrisini di scherno e superiorità quando pensano che voi siete gli ultimi ingenui e un po’ retrogradi rimasti a credere in cose cui nessuno crede più: la fiducia, il rispetto, la fedeltà, un progetto insieme?

Davvero ingoiereste il vostro armamentario di piccole finezze sentimentali solo per non sentirvi soli al cinema, a teatro, alle seconde o  terze nozze di una vecchia zia o di una amica?
Non ne siete capaci. Perché sapete benissimo che certe coppie, per chi le forma, sono solo un modo per accaparrarsi una badante o un badante per la vecchiaia, senza spendere una lira ed evitandosi lunghe liste d’attesa.

E voi volete l’amore, non una badante.

Non siete ansiose o ansiosi per la paura di rimanere in vetrina come foste prodotti invenduti, ma per la paura di doversi accontentare di trasformarsi in crocerossine. E non per un gioco erotico.

Quello che mi manca…

…quello che mi manca dei miei vent’anni, sì va bene ero più vicino ai trenta, è il tuo sguardo ingenuo e indecente nella sua bellezza.

Mi manca perché non eri uno sprovveduto e sapevi come girava il mondo, ma non volevi uniformartici.

Prendevi in giro tutto quell’armamentario della vita gay che pare obbligatorio vivere: le foto di nudo, l’estrema provocazione verbale, l’eccesso. Non era omofobia, ma semplice ricerca di una vita tranquilla.

Quello che mi manca è crederti ancora: credere che davvero si possa vivere in un modo diverso. A modo tuo. 

Penso di avere cercato di vivere ‘a modo tuo’, facendolo mio, anche se non siamo mai stati insieme -come hai sempre tenuto a precisare- ma ti ho voluto bene, forse amato, se l’amore in quegli anni non fosse stato confuso e distratto da mille altri miei problemi. Fu un amore pensato, mai vissuto.
Ma da parte mia, almeno, sincero.

Quello che mi manca è il tassello che mi faccia capire come poi si possa cambiare: come tu possa avere accettato gli annunci con foto esplicite e il sesso facile del tuo compagno, i tradimenti continui, la coppia aperta (forse?) o come riesca a far finta di niente, sorridendo come tuo solito, attraversando le cose con l’aria inconsapevole di chi non si accorge di nulla, cercando ancora di mostrare lo sguardo innocente di allora, eliminando scientemente chi potrebbe far risaltare le crepe evidenti della coppia felice.

Quello che mi manca sei il tu di anni fa, che cerco ovunque ma non trovo. Ricerco lo sguardo, il sorriso, la gioia di vivere, la curiosità e l’imbarazzo. Ricerco i valori, la morale, lo stesso mio sentire e vedere le cose. Ma non le trovo.
E quel che forse mi inquieta è che non le troverei più nemmeno in te…

Ma davvero sei felice così?
Perché se è sì, allora capirei che io non potrei mai diventarlo e non mi tormenterei più.

Henry Austin Dobson, da “The paradox of time”

Non essere…

Ora inizio ad avere quell’età in cui si smette di farsi il sangue amaro coi dubbi.
Forse è semplicemente l’età in cui ci si rassegna: non è saggezza acquisita, né equilibrio raggiunto, ma perdita di fiducia.

Mi sono sempre chiesto perché non potessi essere io quello giusto.
In dieci anni, sono stato quello che doveva far dimenticare l’ex, ma non ci sono riuscito. Però ci tenevano a farmi sapere che ero una persona splendida.
Poi sono stato quello che doveva far uscire qualcuno da un momento cupo. E mi dicevano grazie perché ci ero riuscito, ma poi dovevano imparare a camminare con le loro gambe.  Ero una stampella in prestito.
Poi sono diventato quello che aveva la pazienza di far capire l’omosessualità, ma poi dovevano stare un po’ soli per comprendersi meglio. Sarebbe stato bello rimanere amici, dicevano. E già correvano nelle braccia di altri.
Poi sono stato di nuovo il chiodo che doveva schiacciare un altro chiodo, e poi il ragazzo che però non era sufficiente, tanto da dover condividere idealmente il letto con altri sconosciuti. Ma avrei dovuto essere comunque soddisfatto, perché con gli altri era solo sesso, con me buoni sentimenti.
Sono stato l’amico con cui si sta benissimo, ma meglio così perché l’altro non voleva affatto una storia. Dimenticava di precisare che non la volesse con me.
Poi sono stato l’incontro settimanale furtivo, per un paio d’anni, con qualcuno così misterioso che nemmeno una spia del KGB avrebbe nascosto così bene la doppia vita, tra saune e cruising bar. Però io ero davvero una persona piena di valore, dichiarava.

Non sono mai stato quello giusto. Non sono mai stato all’altezza delle aspettative. Non sono mai stato quello per cui il cuore batteva davvero, quello dal quale si desideravano sms, mail e pensieri, quello per il quale prendere la macchina e farsi chilometri in piena notte per il solo piacere di vedersi, quello che sa di avere di fronte qualcuno che prova le stesse cose che sta provando lui, che ha la stessa ansia, lo stomaco sotto sopra, la bocca con la salivazione azzerata…

È come la differenza fra il discount e un grande centro commerciale. Io ero l’amore a basso costo, quello di corsa, quello d’emergenza. Ero la qualità inferiore. Il preparatore atletico per il vero amore.
Il meglio stava altrove.

Ho sofferto per anni di non essere stato il meglio per qualcuno.
Si smette di farlo per non essere ridicoli. O solo per non dover continuare a confrontarsi con la crudeltà delle scelte altrui, di quel privilegio che, credo, mi sarà negato sempre.
E non saprò mai il perché.

E poi capita, sempre accompagnando Mutter a messa, che un tizio, in una sorta di blog ante ltteram, consegni a mano le sue riflessioni settimanali, stampate e fotocopiate. Un delirio di invocazioni…

La più grande tortura sta nel resistere dal grattarsi furiosamente quando ricrescono i peli che avevi opportunamente tagliato nelle parti intime, per esibire con orgoglio maggiore sostanza…

Un moto d’orgoglio momentaneo che ti rovina una settimana…